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Breno bicampione: «Qualcosa di unico»

 

Breno bicampione: «Qualcosa di unico»

Il 3 giugno di trent’anni fa i camuni coronarono una stagione super: dopo la promozione in D conquistarono la Coppa Italia dilettanti, prima squadra bresciana – Il racconto del portiere Romano, del capitano Nova e del bomber Scotti «Eravamo un gruppo fantastico non solo in campo: una felicità totale»

Vincenzo Corbetta Luccica ancora la Coppa Italia dilettanti conquistata dal Breno il 3 giugno 1990, la prima di una bresciana. Un mese prima il trionfo nel campionato di Promozione e il grande salto in Serie D. Trent’anni non bastano – nemmeno cento, duecento, mille! – perché la polvere del tempo sbiadisca il ricordo.

L’emergenza sanitaria fa saltare il raduno annuale di quei fantastici ragazzi e stavolta il significato sarebbe speciale: «Quando ci si rivede lo spirito resta lo stesso di quei tempi: unico», ricorda Marzio Romano, il portiere che nella final four di Maratea, in Basilicata, para un rigore al Leffe in semifinale e 2 alla Pistoiese in finale.

«Eravamo un gruppo granitico – aggiunge Roby Nova, il capitano -. E anche dopo 30 anni, quando parlo con i miei ex compagni, sembra che tutto quello che abbiamo vissuto sia stato ieri».Il Breno 1989-90 è costruito per vincere il campionato di Promozione, anticamera della D. Missione compiuta di un punto sui bergamaschi del San Paolo d’Argon.

La Coppa Italia? «Sapete com’è: all’inizio serviva per trovare la forma, per far giocare i giovani. Poi, si sa, l’appetito vien mangiando», sostiene Toni Scotti, il capocannoniere.

Quella doppietta prende forma tra mille difficoltà, in primis l’assenza della società. Il presidente Franzoni esce di scena a settembre.

Vicino alla squadra resta il direttore sportivo Gianni Reghenzani: «Un papà per tutti – dice Nova -, ci invitò a non mollare. E provvide di tasca sua ai rimborsi spese per buona parte della stagione».

Non sono solo economiche: «Eravamo divisi in 3 anime – racconta Scotti -: i bresciani come il sottoscritto, Nova, Girelli, Decca, Crescini, Pelizzari; i bergamaschi Meli, Barcella, Perico e l’allenatore Mismetti; i bresciani camuni: Salvetti, Romano, Bertocchi e Treccani. Poi le 3 anime sono diventate una sola ed è nato il Breno delle meraviglie».
Oltre a Reghenzani, l’altra figura indimenticabile è quella del massaggiatore Valentino Sorlini, morto in un incidente stradale.

Sorlini con la famiglia gestisce un albergo ad Angolo Terme: «Quando vincemmo la Coppa Italia, per 3 giorni lo tenne aperto solo per noi: una favola», ricorda Nova.

E Scotti aggiunge: «La mia maglia numero 9 è incorniciata nell’albergo di Sorlini. Di quei giorni ho impressa la felicità di tutti: una cosa così nessuno a Breno l’aveva vissuta».

La doppia impresa dei granata è raccontata con passione da Chico Nova, indimenticato giocatore del Brescia. Il figlio Roby la ripropone nel 2000 per il decennale: «Mismetti ha disegnato due quadri di altissimo valore – così conclude Chico Nova -. Ha consegnato alla Breno sportiva un piccolo tesoro».

Le prime pepite dal girone preliminare con 3 vittorie su 3 contro Grumello, Verolese e Mapello. Poi il tour de force: la domenica il campionato, il mercoledì il giro d’Italia per la Coppa che comprende Officine Brà (Verona), Volta Mantovana, Città di Castello, Fiumicino, Volterra. Il Breno vive una realtà incredibile: società assente (Reghenzani a parte), impossibilità di giocare al Tassara perché in rifacimento, allenamenti su un terreno a 11 in sabbia o a 6 a Bessimo.

Quel gruppo non è forte solo sul campo. E ha dalla sua il destino. Ad esempio contro la Voltese: 1-0 in trasferta all’andata, 0-1 al ritorno a Gratacasolo, poco prima di Natale, terreno ghiacciato e termometro sotto lo zero. Il regolamento dice rigori subito, l’arbitro si sbaglia e ordina i supplementari, risolti da un gol di Nova.

Contro il Città di Castello il 4-1 dell’andata in Umbria rischia di venire vanificato da un pasticcio burocratico che spedisce le squadre a Cividate Camuno e la terna arbitrale a Breno: la sconfitta a tavolino è evitata grazie al buon senso di tutti.

A Fiumicino, dopo il 2-0 in Valcamonica, 1-1 tra il pubblico ai bordi del campo e avversari molto più che agguerriti: «Alla fine, scortati dai carabinieri, uscimmo da una porticina laterale», ricorda Scotti.

Altro clima a Volterra, doppia sfida decisiva per le finali di Maratea: «Fummo ricevuti dal sindaco nel bellissimo municipio – rammenta Romano -, ci fecero visitare le fabbriche di alabastro». Finisce 1-1 in Toscana e 1-0 al ritorno.Dunque, Maratea.

Ma non ci sono più soldi. La squadra si riunisce: che fare? «Ci eravamo conquistati un sogno e dovevamo viverlo fino in fondo – le parole di Nova -.

Facemmo una colletta, ci pagammo tutto».

Allora a contendersi la Coppa Italia dilettanti sono le prime della Serie D, Leffe e Pistoiese, e le migliori di Promozione. Il primo giugno 1990 il Breno sfida il Leffe, fresco promosso in C2: «Partita difensiva, feci 3-4 buoni interventi», il flash di Romano.

Lo 0-0 non si schioda nemmeno dopo i supplementari. Si va ai rigori. Il primo a tirare è l’attaccante granata Paolo Treccani, scomparso 2 anni fa.

E sbaglia: «Treccani si inginocchiò sul dischetto, piangeva – racconta Romano -. Andai da lui e gli dissi: ma cosa piangi, che tanto adesso ne paro subito uno e siamo pari.

Il rigore lo parai davvero! Treccani mi ha ringraziato per anni».

Il Breno è in finale: «Negli spogliatoi si festeggiò come se avessimo vinto – aggiunge Romano -.

I miei compagni mi truccarono da donna. Mi sedetti vicino all’allenatore che, arrabbiato, urlava: ma dov’è Romano? Non mi aveva riconosciuto».

Gli organizzatori, però, hanno riservato l’albergo per la finale a Leffe e Pistoiese. I bergamaschi hanno fissato l’aereo di ritorno per dopo la finale. Saranno costretti a un viaggio in treno di 2 giorni per tornare a casa!

Arriva il 3 giugno. Il Breno fa la rifinitura sul lungomare di Maratea, tra gli scogli e la spiaggia. L’avversario è la Pistoiese, una corazzata allenata da Giampiero Ventura, il futuro ct azzurro: «Fu una partita alla pari – assicura Scotti -. Noi eravamo leggeri di testa, non avevamo niente da perdere».

Pure stavolta dopo 120 minuti è 0-0. Si va di nuovo ai rigori.

Sono le 23, a Breno non c’è anima viva in giro. Romano ne para 2, il Breno non sbaglia ed è campione d’Italia.
Si scatena la festa. E quella coppa, dopo 30 anni, luccica ancora.

Fonte: bresciaoggi.it

Data di pubblicazione: Mercoledì 03 Giugno 2020

Immagine di copertina: da news originale

 

 

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